Il Covid non ferma il lavoro delle donne: il Fvg registra duemila posti in più nel 2020
TRIESTE In Friuli Venezia Giulia, l’unica regione italiana che registra una variazione in positivo nel confronto 2020/2019 sul fronte occupazionale, lo specifico dato del lavoro femminile segna il +0,9% con un incremento in termini assoluti di quasi 2mila unità da un anno all’altro (da 222,2 a 241,1 mila). Non basta: la provincia di Trieste, con un tasso del 67,2%, è in testa a livello nazionale, davanti a Bologna e Milano, con Udine al 58,3%, Pordenone al 56,4% e Gorizia al 52,9%.
Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, non si stupisce: «L’occupazione femminile ha tenuto perché componente di un sistema economico che ha reagito all’emergenza sanitaria da pandemia meglio che altrove». E nemmeno Michela Cattaruzza, amministratore delegato di Ocean, aziende del settore del trasporto marittimo: «Viviamo in una regione in cui le persone hanno voglia di lavorare e la nostra città in particolare ospita donne indipendenti ed emancipate. Credo che la statistica fotografi questo tipo di situazione».
A dare una sua spiegazione è poi Carlos Corvino, responsabile dell’Osservatorio regionale Mercato e Politiche del lavoro, di recente a convegno a Trieste a illustrare proprio i numeri dell’occupazione sul territorio. «A mio parere i motivi del riscontro positivo sull’occupazione in provincia di Trieste sono due – dettaglia Corvino –. Il primo è che la struttura dell’occupazione in regione e nel capoluogo favorisce la componente femminile, occupata in larga parte nei servizi. Non solo nei mestieri tradizionali come quelli del commercio, della ristorazione, dei pubblici esercizi, ma anche nei servizi avanzati, come la consulenza aziendale, la finanza, l’assistenza alla persona». Il secondo motivo, prosegue Corvino, è di lunga data, risale agli Asburgo: «Trieste ha sempre avuto una conciliazione a favore delle donne di alto livello, il che si traduce in una migliore opportunità di gestione dei tempi tra famiglia e lavoro. L’offerta di asili e ricreatori, per esempio, consente alle donne di trovare un’occupazione soddisfacente con maggiore facilità che altrove. Non dimentichiamo infine il contesto urbano che, inevitabilmente, mette a disposizione opportunità che in alcune zone del Friuli, per esempio, non si trovano».Citando alcuni passaggi di una relazione presentata in Consiglio nel ruolo di presidente della Commissione regionale per le pari opportunità, Dusolina Marcolin ricorda peraltro in premessa come le donne italiane, «già prima della pandemia più responsabili della famiglia dei loro partner, durante tutto il 2020 hanno continuato a dedicare al lavoro familiare più tempo, sia a causa della chiusura delle scuole che della mancanza dell’aiuto dei nonni nella cura dei nipoti, per evitare il rischio di contagio». E, più in generale: «L’impatto della pandemia su occupazione, disoccupazione e tassi di inattività ha determinato un effetto negativo più significativo sulle donne e in particolare sulle madri. Inoltre, va considerato lo sblocco dei licenziamenti che aggraverà la situazione occupazionale femminile, con particolare attenzione da porre al "part time involontario"». Di qui la sollecitazione alla Regione ad «attivare tutte le misure idonee al contrasto della disoccupazione e ad innescare tutti i meccanismi a supporto delle donne nella conciliazione dei tempi di vita e lavoro, incrementando e ammodernando sempre più l’offerta dei servizi per il lavoro, con un occhio di riguardo alle politiche sociali per contrastare la seria regressione demografica dovuto al calo delle nascite».
Sulla base dei dati Inps sulle dichiarazioni dei redditi 2019 rimane infine la questione aperta del gap salariale. Il reddito complessivo ai fini Irpef dichiarato dalle donne è stato pari in media a quasi 17.700 euro contro gli oltre 27.200 degli uomini (il divario supera i 9.500 euro). In termini relativi il reddito femminile equivale al 64,9% di quello degli uomini; a livello nazionale la differenza è un po’ più contenuta (circa 8.300 euro). Questo ampio divario dipende dalla minore e più discontinua partecipazione femminile al mercato del lavoro e riflette i notevoli differenziali salariali e la maggiore diffusione del part time tra le donne. Per questi motivi le over 65 (circa un terzo del totale) sono anche più spesso titolari degli assegni sociali e, per via della maggiore longevità, delle pensioni di reversibilità, caratterizzate da importi decisamente più bassi. —
Le interviste
L’impiegata
Sono 21 anni che Emanuela Pascucci lavora come impiegata nel settore amministrativo della cooperativa sociale “La Quercia”. Un lasso di tempo in cui quel luogo «si è trasformato un po’ nella mia seconda casa. E, poiché rappresenta una realtà che opera soprattutto nel ramo dell'assistenza sociale e in quello educativo, ho sempre assistito a un grande movimento di giovani lavoratrici. Donne che, una volta terminati gli studi all’Università, si mettono subito in moto e iniziano a prestare servizio da noi – specifica Emanuela, 48 anni -. So che ci sono molti altri settori in cui la donna non è ancora tutelata a sufficienza. Ma credo che, per quel che riguarda il problema di genere, il mio posto di lavoro rappresenti un osservatorio un po' particolare, un’isola felice. Il 90% degli assunti è donna e le garanzie dei diritti dei lavoratori rappresentano uno dei punti centrali della cooperativa».
La barista
«Lavoro da quando avevo 16 anni, ora ne ho 34 e le possibilità di impiego non sono mai mancate». Andrea Leghissa, tornata a pieno ritmo tra i tavolini del bar Da Marino, nel centro di Monfalcone, dopo periodi di cassa integrazione imposti dall'emergenza sanitaria nel 2020 e a inizio anno, sottolinea come per tutte le sue amiche la situazione sia questa, al di là dei diversi settori di attività. «Forse solo una su 10 ha difficoltà causa contratti a chiamata», spiega. «Nel settore ristorazione e somministrazione il lavoro non manca, anche per le donne. Chi ha esperienza ha mantenuto il suo posto anche in pandemia, ma si sono comunque create opportunità che non sempre vengono colte, perché lavorare in un bar o ristorante richiede sacrifici che non tutti sono disposti a fare. Noi lavoriamo nei giorni di festa e nei fine settimana». I periodi di lockdown e il contesto della pandemia hanno spinto molti dei suoi amici a cambiare impiego. «Andando in meglio», chiude Andrea.
L’operaia
«Con i turni ho la possibilità di organizzarmi la vita e di essere libera. Per il momento non mi pongo obiettivi, ma spero di poter rimanere qui. Mi trovo bene». Martina De Luca, 22 anni, dal 14 giugno lavora come operaio alla Ilcam di Cormons. Che Martina non sia una a cui piace rimanere con le mani in mano lo si capisce subito: diplomata all’Istituto agrario “Brignoli” di Gradisca d’Isonzo, per due anni e mezzo ha lavorato in un ristorante, poi, prima di arrivare alla Ilcam, è stata in un’altra fabbrica. «Non è il settore per cui ho studiato, è vero, ma visto il periodo della pandemia da Covid ho cercato qualcosa di più stabile. Sto facendo incollaggio delle ante e carico e scarico sui robot. È un lavoro fisico, ma non è un problema e se ti vedono in difficoltà c’è sempre qualcuno che ti aiuta», dice con il sorriso.
La commessa
Il contratto in scadenza nel febbraio 2020, in concomitanza con lo scoppio della pandemia, non le ha garantito il rinnovo immediato e così Erika Ramon, commessa di 22 anni, è dovuta rimanere a casa, in attesa che la situazione sanitaria migliorasse. «Mi era stato garantito che, non appena il lavoro sarebbe ripreso, sarei stata richiamata – racconta – e così è stato. Ringrazio la mia titolare, è stata di parola e nel luglio 2020 mi ha avviato il contratto». Ha ricominciato nel negozio Tezenis per poi passare, due mesi fa, a Calzedonia (stessa catena) nel centro commerciale Meduna di Pordenone. Paura per il contatto con la clientela in pandemia? «Mai avuto nessun timore, ma rispetto la paura degli altri: è necessario, da parte di chi lavora a contatto con la gente, percepirne gli umori». L’aumento del lavoro femminile in pandemia lo ha riscontrato anche tra le sue amiche. «Conosco parecchie donne che hanno trovato lavoro anche nel periodo in cui meno te l’aspetti».
La studentessa
Vittoria Todaro ha quasi 23 anni ed è al quarto anno di Scienze della formazione primaria. «Nonostante non abbia ancora concluso il ciclo di studi, lo scorso ottobre ho iniziato a lavorare alla scuola d’infanzia Sorelle Agazzi. A causa di una grave carenza di insegnanti, in particolare d’asilo e della scuola primaria, è stato istituito infatti per ogni istituto comprensivo un portale d’iscrizione per la “messa a disposizione”, che consente di inviare la propria candidatura come docente di classe, di sostegno o di Covid anche a chi non ha ancora conseguito il titolo di studio». Vittoria è stata chiamata come insegnante Covid con un compito di affiancamento. «Questa esperienza - racconta - mi ha permesso di entrare nel mondo del lavoro e mettere in pratica ciò che sto studiando», in attesa di poter iniziare un percorso, una volta laureata, «all’interno del mondo della scuola.»
La receptionist
Le era scaduto il contratto in piena pandemia, il 31 dicembre scorso, e il timore, per Sara Padovan, 28 anni, era la difficoltà nel trovare un nuovo posto di lavoro in un periodo così complicato, nel pieno dell’emergenza sanitaria. Invece l’attesa durata poco: l’1 febbraio ha trovato impiego come receptionist e addetta alle colazioni all’hotel Podere dell’Angelo di Pasiano. Il suo orario va dal mattino presto a mezzogiorno circa. «Mi rendo conto che lasciare il precedente lavoro in piena pandemia è stato un azzardo, ma alla fine è andata bene e mi ritengo fortunata perché il nuovo lavoro l’ho trovato nel giro di un mese – racconta Sara -. Lavorare in periodo di pandemia, a contatto con la gente, è complicato nella misura in cui è necessario far rispettare le regole di sicurezza. La clientela è attenta e collaborativa: accettano anche le osservazioni che, per motivi legati al contrasto alla pandemia, occorre mettere in atto».
La dirigente scolastica
Durante la pandemia la scuola è stata messa a dura prova. E così le donne che lavorano in questo settore. «Come dipendente statale so che la mia posizione non è mai stata a rischio, e mi considero una persona fortunata – spiega Monica De Carolis, 53 anni, dirigente scolastico dell’istituto comprensivo Marco Polo.- Tuttavia il lavoro è diventato molto più faticoso, e così anche la gestione del tempo passato in famiglia. Le mie figlie hanno 21 e 18 anni, sono autonome, quindi personalmente non ho risentito di particolari problemi. Ma sul lavoro ho smesso di avere un orario definito, sono aumentate le incombenze e ho iniziato a trascorrere molte ore a scuola». Quando si presentava un caso di contagio, inoltre, era necessario mettersi in moto all’istante, «che fossero le 8 di sera, sabato o domenica. Ho comunque avuto meno difficoltà rispetto alle tante lavoratrici che si sono trovate a gestire situazioni simili pur avendo figli piccoli a cui badare».
L’artigiana
Il lockdown può anche far aguzzare l’ingegno. È il caso di Debora Rossetto, che lo scorso dicembre, in piena emergenza pandemica, ha deciso di rilevare un laboratorio artigianale di pasticceria, la “Strudelina” a Venzone. Ha creato una attività itinerante e oggi, con il suo furgoncino, si muove in regione e fuori per vendere i suoi prodotti tipici della Carnia, dallo strudel di mele alle marmellate di frutti dibosco. «Due anni fa - racconta Rossetto - ho chiuso il ristorante di mia proprietà che avevo gestito per otto anni. Poi ho deciso di sfidare le difficoltà delle chiusure dovute alla pandemia e comprare, quindi, l’attività del mio vicino di casa». «Non mi trovate sempre nello stesso posto, - prosegue- ma con i miei prodotti mi sposto in continuazione partecipando a fiere e manifestazioni dove sono sicura che ci sia gente».


