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I diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono diritti umani / Notizie / Home

Scritto da Google News. Postato in Diritti delle donne

I diritti sessuali e riproduttivi fanno parte del più generico diritto alla salute, inteso come benessere fisico, psichico ed emotivo di ciascun individuo. Il diritto alla salute è un diritto umano, fondamentale e inalienabile. Eppure, quando la libertà e i diritti delle donne vengono chiamati in causa, nessun principio sembra essere dato per scontato. Anche in Europa, che è culla della libertà e della sua difesa, della democrazia e dello stato di diritto. 

Non è banale parlare di diritti sessuali e riproduttivi delle donne come diritti umani perché in questa nostra Europa il patriarcato è talmente radicato da riuscire ancora a subordinare le donne ad uno status di cittadine (per non dire di esseri umani) di seconda classe. 

Così, quando si tratta di toccare temi come la facoltà e la libertà di scelta sul proprio corpo, allora i diritti delle donne vengono ciclicamente rimessi in discussione in nome di tradizioni, credi religiosi o ideologizzazioni. 

I giorni di tensione vissuti all’interno del Parlamento europeo durante la sessione plenaria di giugno ne è stata la conferma. Il nodo della questione era la votazione di un dossier dal titolo “Report sulla situazione della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi in Europa, nella cornice della salute delle donne”in cui viene ribadito chiaramente che tali diritti sono diritti umani da tutelare, sostenere e garantire senza discriminazione, in linea con le norme internazionali in materia di diritti umani. 

Si potrebbe affermare che questo è stato uno di quei casi in cui ogni voto ha fatto la differenza, sebbene alla fine il report abbia ricevuto il sostegno della maggioranza degli eurodeputati e avesse già ricevuto un sostegno ampio dalla commissione sui diritti delle donne e la parità di genere, prima ancora di approdare in aula. Le divisioni e la pressione derivano soprattutto dalla questione dell’aborto legale e assistito. 

Il relatore del report, l’europarlamentare croato Predrag Fred Matić si è scontrato con molte difficoltà nel corso dei due anni necessari alla preparazione del report, che gli è valso lettere d’odio, l’appellativo di Hitler e persino la ricezione di bambole a forma di feto. I parlamentari e le parlamentari coinvolti nel processo di stesura e negoziazione del report avrebbero ammesso di non avere mai subito una campagna tanto feroce e ben coordinata come quella che ha cercato di boicottare la risoluzione. Una campagna basata sull’ostruzionismo e sulla disinformazione. 

Andando ad analizzare il report, si nota che la salute sessuale e riproduttiva delle donne viene trattata in modo complessivo. Il report affronta tutte le questioni legate a tali diritti, sottolineando l’importanza di rendere accessibili e adeguati i servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva. Per tanto, ridurre l’intero ambito alla sola questione dell’aborto (che rimane comunque cruciale) sarebbe incompleto e riduttivo. 

La relazione invita gli Stati membri a garantire servizi in materia di salute sessuale e riproduttiva di alta qualità̀ e accessibili per tutti, ricordando che il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa ha invitato i suoi Stati membri a garantire un budget sufficiente e ad assicurare risorse umane e materiali adeguati.

Ribadendo l’importanza cruciale dell’igiene mestruale, il report mette in risalto gli effetti negativi sulla parità di genere dell’imposta sugli assorbenti. Gli Stati membri sono richiamati a eliminare la tassa sui prodotti per l'igiene femminile ("tampon tax”) e a promuovere i prodotti mestruali riutilizzabili e privi di sostanze tossiche.

Posto che un’educazione sessuale completa, non discriminatoria e adeguata all'età facilita un comportamento sessuale responsabile e fornisce ai bambini e ai giovani gli strumenti per decidere in modo autonomo, il Parlamento europeo esorta gli Stati membri a garantire che tutti i bambini nelle scuole primarie e secondarie – così come i bambini che non possono frequentare la scuola – abbiano accesso a un'educazione sessuale e a informazioni complete, scientificamente corrette, basate su prove, adeguate all'età e non giudicanti. Il report inoltre esorta gli Stati membri a garantire un'educazione completa riguardo al ciclo mestruale e ai suoi legami con la sessualità e la fertilità.

Per quanto concerne i metodi contraccettivi, gli Stati membri sono chiamati a garantire l'accesso universale a metodi contraccettivi moderni e di qualità, a fornire una consulenza sulla pianificazione familiare e informazioni sulla contraccezione per tutti. Gli Stati dovrebbero impegnarsi ad affrontare le barriere finanziarie e sociali che impediscono l'accesso alla contraccezione. 

Nel report si afferma che l’interruzione volontaria della gravidanza deve sempre essere una decisione volontaria basata sulla richiesta spontanea di una persona, in conformità con le norme mediche. Gli Stati sono richiamati a garantire l'accesso universale all'aborto sicuro e legale e il rispetto del diritto alla libertà, alla riservatezza e alla migliore assistenza sanitaria possibile. Ciascuno Stato membro ha la responsabilità di garantire che le donne abbiano pieno accesso al loro diritti. Gli Stati dovrebbero allinearsi alle migliori pratiche, garantendo che l'aborto su richiesta sia legale nelle prime fasi della gravidanza e, quando la salute o la vita della persona in gravidanza sono in pericolo, anche oltre. Nel report si afferma che un divieto totale di assistenza all'aborto o la negazione dell'assistenza all'aborto è una forma di violenza di genere. Quindi, tutti gli Stati membri sono esortati a depenalizzare l'aborto e a combattere gli ostacoli che si interpongono all’aborto legale.

Il report arriva in un momento in cui il diritto delle donne europee ad interrompere volontariamente la gravidanza è messo sempre più sotto attacco. In Polonia, giusto per citare il caso più noto ed emblematico, l’aborto è stato sostanzialmente proibito, dopo che la corte costituzionale ha confermato il cambio della legge precedente e vietato la possibilità di abortire anche quando il feto presenta gravi malformazioni. I medici polacchi che praticano l’aborto rischiano fino a 3 anni di carcere. Dal 27 di gennaio, le donne polacche possono abortire legalmente solo in due casi: quello di stupro o incesto, o qualora la vita e la salute della futura madre sia in pericolo. Fin dalla promulgazione della legge, lo scorso ottobre, migliaia di persone sono scese in piazza a protestare ma, dopo tre mesi di blocco, la sentenza della corte ha confermato la nuova norma. Così, da qualche mese a questa parte, le donne polacche sono costrette a recarsi all’estero per abortire – viaggi ulteriormente ostacolati dalle restrizioni per il Covid – o abortiscono segretamente in casa, facendo uso, ad esempio, di pillole abortive ordinate su internet. Tutto questo accompagnato da un’escalation di minacce e campagne diffamatorie nei confronti degli attivisti per i diritti delle donne che protestano contro la sostanziale illegalità dell’aborto. 

Riguardo la questione dell’obiezione di coscienza, nella risoluzione ci si rammarica che in alcuni Stati si consenta che tutto il personale medico – e talvolta interi istituti medici – si rifiutino di fornire servizi sanitari sulla base dell’obiezione di coscienza. La conseguenza non sta solo nella negazione dei diritti delle donne, ma può addirittura mettere a repentaglio la loro vita. Infatti, ci sono casi in cui l'obiezione di coscienza viene invocata anche in situazioni in cui qualsiasi ritardo potrebbe mettere in pericolo la vita o la salute della paziente, ad esempio, ostacolando l'accesso allo screening prenatale.

Una delle argomentazioni contro il report era proprio che il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario fosse messo sotto attacco. Ma il report recita esplicitamente che si «riconosce che, per ragioni personali, i singoli medici possano invocare l'obiezione di coscienza; sottolinea, tuttavia, che l'obiezione di coscienza individuale non può interferire con il diritto del paziente di avere pieno accesso all'assistenza e ai servizi sanitari; invita gli Stati membri e i prestatori di assistenza sanitaria a tenere conto delle suddette circostanze nella distribuzione geografica dei servizi sanitari da essi offerti.» Quindi, se da un lato il diritto all’obiezione di coscienza viene riconosciuto e rispettato, dall’altro il servizio sanitario dovrebbe essere pianificato in modo che l’obiezione di coscienza dei medici non comprometta il diritto delle donne ad interrompere la gravidanza in modo sicuro e legale. 

In tema di terapie per la fertilità, il report invita gli Stati membri a garantire che tutte le persone in età riproduttiva abbiano accesso a queste terapie senza discriminazioni. 

Infine gli Stati sono esortati ad adottare misure tese a garantire l'accesso a tutti (senza discriminazioni) ad un'assistenza rispettosa, di qualità e basata su dati concreti per la maternità, la gravidanza e il parto, compresi l'assistenza ostetrica, prenatale, postnatale e durante il parto(inclusa la salute mentale materna), condannando fortemente l’uso della violenza e di metodi coercitivi prima, durante e dopo il parto. 

Il diritto alla salute sessuale e riproduttiva viene affrontato da un punto di vista “intersezionale”, affermando cioè che tutti i diritti devono essere garantiti anche alle persone LGBTI+ in ogni Stato membro. Si ribadisce ancora più accoratamente il principio di non-discriminazione nell’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva. 

Il Covid-19 e il lockdown ci hanno dimostrato ancora una volta che i diritti delle donne sembrano essere sempre “sacrificabili” in nome di qualcosa o qualcun altro: che sia una pandemia, la religione, la famiglia, la sopravvivenza della specie, la società o le ideologie. Fin dalla prima ondata di Covid ci si era accorti che, in generale, i servizi legati alla salute sessuale e riproduttiva sono stati “sacrificati”; in alcuni Stati, la pandemia è servita addirittura come pretesto per ridurre o negare tali servizi. 

Sfortunatamente, quell’ideologia retrograda per cui sia necessario togliere alle donne la facoltà di scegliere sul loro corpo – magari adducendo che lo si fa per il loro bene (come se le donne non fossero capaci di prendere decisioni per il loro bene) – è difficile da sradicare, anche nel XXI secolo. Eppure questo tipo di ideologie minano il pilastro dei diritti umani e delle libertà fondamentali su cui è stata costruita la democrazia e lo stato di diritto. 

Oggi siamo qui a parlare di una conquista, perché questo report – il primo in quasi 10 anni a dare una così ampia attenzione al tema – è un passo avanti verso l’affermazione della libertà delle donne, della parità di genere e della lotta alla violenza di genere.

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