Cento anni di un partito, al femminile — Unibo Incronaca
anniversario

A cento anni dalla nascita del partito comunista italiano, è necessario far luce sulle figure femminili che hanno partecipato alla costruzione di un progetto politico, quello del dopoguerra, momento nel quale sono stati sviluppati i principi e i valori della Repubblica. Lo facciamo con Eloisa Betti, docente di Storia contemporanea dell’Università di Bologna, ricordando i nomi più celebri che hanno fatto la storia della città, e la pluralità dei ruoli che hanno ricoperto: dal Pci al sindacato, dalle istituzioni all’associazionismo femminile.
Parliamo di donne che negli anni Cinquanta hanno coniugato in una società fortemente patriarcale la loro militanza all’emancipazione, uguaglianza non solo sociale ma anche lavorativa. Donne che nella Costituzione hanno fatto scrivere della protezione delle lavoratrici madri e della parità salariale. Donne che vent’anni più tardi fecero la loro lotta più agguerrita, battendosi per ottenere il divorzio e l’aborto. Cori che giungono fino a noi.
«Bisogna superare la trattazione delle donne come qualcosa di separato, ma bisogna riguardare la storia del lavoro, del welfare, l’intera storia istituzionale e della cultura utilizzando la prospettiva di genere, reincludendo le storie delle donne in una storia collettiva. Da questo operato dipendono le fondamenta dei sistemi che hanno ancora importanza in Italia», ha detto Betti nel corso dell’intervista.
Chi erano le donne del Pci bolognese? Può farmi dei nomi significativi?
«Erano migliaia. I dati testimoniano una partecipazione massiccia dal 1946. Ricordiamo Ester Capponi, nata nel 1890, morta nel 1963, con una lunga storia di antifascismo alle spalle. Ha fatto parte del comitato federale della sezione Pci di Bologna dal 1946 al 1954, è stata eletta nel 1946 in consiglio comunale. È stata dirigente, poi segretaria, dell’Unione donne italiane (Udi) di Bologna. Poi Diana Sabbi, attiva nella Resistenza, le fu addirittura insignita la medaglia d’argento al valor militare. Impegnata nell’associazionismo femminile, ebbe un ruolo importante nel Pci. Fu anche sindacalista. Diana Franceschi, come Sabbi nata negli anni ’20, è stata dirigente dell’Udi di Bologna negli anni ’70. Eletta a Bologna a metà degli anni ’70, fu assessora ai problemi femminili».
Conosco due personaggi in particolare, Mirella Bartolotti e Adriana Lodi. Può parlarmi di loro?
«Mirella Bartolotti, assessora di Bologna alla fine degli anni ‘50, ha avuto un ruolo nella cultura e nelle istituzioni, dalla lei inizia un’attenzione ai temi del femminile. Adriana Lodi fu eletta più volte in Parlamento, promosse importanti proposte di legge tra le quali la riforma degli asili nido che verrà approvata nel 1971. È stata recentemente insignita dalla laurea honoris causa per il suo impegno nel fronte educativo».
Ci sono state altre riforme nazionali portate avanti dalle comuniste bolognesi?
«L’impegno di tutte le comuniste emiliano-romagnole è stato sul tema del lavoro a domicilio, su cui si sono confrontate anche le sindacaliste bolognesi, al contempo donne del Pci, come Vittorina Dal Monte e Donatella Turtura, una dirigente nazionale della Cgil».
Quali sono i luoghi delle comuniste bolognesi?
«La sala Farnese di palazzo d’Accursio, il palazzo Re Enzo e il teatro comunale: là si svolgevano i congressi e le conferenze delle donne del Pci e dell’Udi. Tra le tante riunioni, ricordiamo quella dell’8 marzo».
L’Udi è ancora oggi importante. Perché?
«Nasce dai Gruppi di difesa della donna. Dal 1945 è un’organizzazione nazionale. Promuove i diritti delle donne sul fronte sociale e lavorativo, i diritti civili e della sessualità. In tempi più recenti si è occupata del contrasto alla violenza di genere e di una ricerca di una democrazia più paritaria. Dagli anni ‘70 in poi ha iniziato ad avere una maggiore attenzione alla salute femminile e all’autodeterminazione della sfera personale. Oggi ricorre il centenario di Marisa Rodano, un’importante parlamentare del Pci e una dirigente di primo piano dell’Udi».
Le donne del Pci hanno avuto un ruolo fondamentale anche nei sindacati di sinistra.
«Nella prima Repubblica molti sindacalisti sedevano in Parlamento. È stata una fase importante soprattutto per la costruzione dei diritti del lavoro. Si è parlato spesso di tripla militanza delle donne, impegnate con il partito, il sindacato e spesso con l’Udi. La relazione era stretta».
Il Pci, che si rifaceva agli ideali di uguaglianza tra l’uomo e la donna professati dal comunismo sovietico, era in realtà un partito maschilista. Come hanno reagito le donne a questa sorta di umiliazione?
«Negli anni ‘50 si stavano conquistando una presenza pubblica che allora era purtroppo messa in discussione. I comunisti erano uomini degli anni ‘50: molte delle generazioni entrate in politica erano state educate nel fascismo. I diritti delle donne si sono affermati con molta difficoltà nonostante siano stati sanciti nella Costituzione ma è anche importante ricordare che si sono affermati perché ci sono state tante donne che si sono battute anche in nome di un’ideologia comunista, che vedeva nel tema dell’emancipazione della donna e nel lavoro extra domestico un tema importante, con tutti i limiti dal punto di vista dell’applicazione».
Fonte immagine: Partito comunista italiano


