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Il blogger saudita: “Io, vivo per miracolofrustato tra la folla che osannava Allah”

Scritto da Google News. Postato in Diritti delle donne

Pubblichiamo un estratto dal libro del blogger saudita Raif Badawi, pubblicato da Chiarelettere. Nel 2008 Badawi ha fondato il forum online «I liberali sauditi». Condannato a 10 anni di carcere e 1.000 frustate, ha subìto le prime 50 a gennaio. Questa è l’introduzione, da lui dettata per telefono alla moglie lo scorso febbraio. «Raif ha avuto il coraggio di sventolare la bandiera della libertà di pensiero di fronte ai fautori dell’oscurantismo – dice al Corriere la moglie Ensaf Haidar, rifugiatasi in Canada con i tre figli -.  Sosteneva che possono rinchiudersi nelle loro visioni anguste, ma non hanno nessun diritto ad imporle a tutta la gente. L’ultima volta che l’ho visto è stata nel 2012, un mese prima che fosse incarcerato, quando mi ha salutato all’aeroporto. Aveva organizzato per noi di andare all’estero perché temeva per la nostra incolumità in seguito al tentativo di assassinarlo. Era successo di fronte al bancomat: Raif stava ritirando dei soldi, una persona armata di coltello lo ha attaccato alle spalle gridando “Allahu Akbar (Dio è il più grande), ti ucciderò Raif, nemico di Allah e della fede”. Le persone presenti sono intervenute, hanno bloccato l’aggressore e salvato Raif. L’uomo armato è fuggito e la polizia non è mai riuscita a trovarlo. Qui in Canada i miei figli cercavano su internet a mia insaputa notizie sul padre. Poi è avvenuta la flagellazione che è stata riportata dai media e ne parlavano anche i loro compagni di scuola; a quel punto ho deciso di raccontare loro in modo franco e diretto tutta la storia. Raif è soggetto a ipertensione, ha bisogno di cure. Non c’è dubbio che psicologicamente sia distrutto. Quello che chiedo all’Italia è di non dimenticarlo e di sostenere la sua battaglia per i diritti umani, come sta avvenendo in altri Paesi» - Viviana Mazza

Il compito che all’inizio mi ero proposto era di cercare una nuova lettura del liberalismo in Arabia Saudita e di fare la mia parte nel diffondere l’«illuminismo» nella società araba, abbattendo i muri dell’ignoranza, incrinando la visione sacrale delle autorità religiose e promuovendo un minimo di pluralismo e di rispetto per valori come la libertà di espressione, i diritti delle donne, delle minoranze e dei poveri. Era questa la mia vita quando, nel 2012, sono stato arrestato e gettato in una cella in compagnia di gente accusata d’ogni sorta di delitto: ladri, assassini, trafficanti di droga, persino stupratori di bambini. Frequentare queste persone ha cambiato molte cose dentro di me, a cominciare dai miei preconcetti su certi ambienti. Immaginate di trascorrere le vostre giornate, con tutto ciò che ne consegue, in uno spazio non più  grande di venti metri quadrati. E immaginate di dover condividere quello spazio con altre trenta persone, su cui pende l’accusa di ogni genere di reato!

«1000 frustate per la libertà», edito da Chiarelettere, è una raccolta degli scritti per cui il saudita Raif Badawi è finito in carcere nel 2012. Pubblicato di recente in Germania, esce ora in Italia

Fino a quel giorno avevo l’abitudine, che probabilmente condividevo con molti altri, di controllare una volta ancora, prima di coricarmi, che tutte le porte e le finestre di casa fossero ben chiuse per timore dei criminali. Ora, invece, vivo tra quegli stessi criminali! Dormo, mangio, faccio la doccia, mi cambio, gioisco, piango, mi infurio, rido, urlo e tutto il resto… sempre in mezzo a loro, davanti ai loro occhi. Dopo essermi sforzato di convivere con queste persone ho deciso di guardare la cosa da un’altra prospettiva. Per riuscire a esplorare gli abissi del loro mondo dovevo anzitutto alzare il sipario e scomparire là dietro. Solo così, dopo un po’ di tempo, ho davvero capito che anche i criminali… ridono. Sì, ridono, amano, soffrono e, a volte, hanno una sensibilità talmente raffinata e grande che mi addolora parecchio se la confronto con quella delle persone che un tempo mi erano amiche. Quando sono in bagno, ultimamente, mi capita di guardarmi attorno. Mucchi di carta igienica sporca, rifiuti ovunque. Uno spettacolo desolante… pareti tutte imbrattate, porte sprangate e arrugginite.

Un giorno ero lì, cercando di raccapezzarmi tra quel caos e di cavarmela meglio che potessi. Mentre scorrevo le centinaia di scritte incise sulle pareti sudice della toilette della cella comune, una frase mi è balzata agli occhi: «La soluzione è il laicismo!». Sopraffatto dallo stupore, mi sono strofinato gli occhi come per convincermi che ciò che avevo visto fosse davvero lì! Mi sentivo un po’ come se di notte mi fossi spinto in un quartiere degradato, in un locale pieno di donne di malaffare, sgradevoli, e improvvisamente, a mezzanotte, avessi visto entrare una prostituta di una bellezza incantevole e al tempo stesso straripante di gioia e di vita. Non ho idea di cosa mi sia passato per la testa in quel momento, come mi sia venuta alla mente un’immagine simile. Senza dubbio, in questa mia nuova vita, persino sedersi su una tazza piuttosto che su un’altra può decidere il mio destino. Le idee mi vengono mentre sbrigo le mie necessità! Sorridendo tra me e me, mi sono messo a rimuginare su chi potesse aver scritto quelle parole, in un carcere che trabocca di detenuti, con migliaia di esseri umani rinchiusi per ogni sorta di delitto.

Quella breve frase, bella e così insolita, mi ha sorpreso e rallegrato immensamente. Il fatto che tra le centinaia di volgarità scarabocchiate in tutti i dialetti arabi sulle pareti luride dei bagni abbia  potuto leggere un pensiero del genere significa che da qualche parte, in questa prigione, c’è almeno una persona in grado di capirmi. Di comprendere ciò per cui ho lottato, il motivo per cui mi trovo rinchiuso qui. Pochi giorni dopo mi sono reso conto che questo mondo di delinquenti si sarebbe tramutato in un vero e proprio paradiso. Un paradiso, certo, in base ai miei personalissimi criteri e presupposti. Uno spartiacque rispetto a tutte le esperienze che avevo vissuto prima del carcere. Ebbene, la latrina n. 5 mi ha davvero cambiato!

Quando la mia adorata moglie Ensaf mi ha detto che una grande casa editrice in Germania voleva raccogliere i miei articoli, tradurli e farne un libro, inizialmente ho accolto la notizia con scetticismo. Anzi, voglio essere sincero fino in fondo: all’epoca in cui scrissi il mio primo post non avrei mai immaginato che un giorno i miei interventi su un blog potessero diventare un libro in lingua araba. Figurarsi in un’altra lingua!Care lettrici, cari lettori: se ancora mi state leggendo, vuol dire che vi interessa ascoltare ciò che andrò a dire. Ci sono persone secondo le quali ho qualcosa da dire. Altre, invece, mi ritengono uno dei tanti, e i miei articoli non meritano di essere tradotti e pubblicati in un libro. Del resto anch’io mi considero soltanto un uomo esile sia pure  tenace, sopravvissuto per miracolo a cinquanta colpi di frusta davanti a una folla osannante che gridava senza sosta Allāhu Akbar proprio a causa degli articoli che andrete a leggere. Sì, il tribunale mi ha condannato alla pena di morte, commisurata alla «gravità dell’apostasia dell’islam». La pena è stata poi ridotta a dieci anni di carcere, a mille colpi di frusta e a una multa per l’ingente somma di un milione di rial.

Mentre scrivo queste righe ho già scontato tre anni di prigione, sono stato fustigato e mia moglie ha dovuto trasferirsi all’estero insieme ai nostri tre figli perché le pressioni erano ormai insostenibili. E tutta questa terribile sofferenza si è abbattuta su di me e sulla mia famiglia solo perché avevo espresso la mia opinione. Ecco, è questo il prezzo delle parole che state per leggere!

Gedda, 12 febbraio 2015

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