Da donne a "macchine per la riproduzione": l'Iran e il suo giro di vite sulla pianificazione familiare

Alcune donne iraniane ad una conferenza religiosa a Teheran, capitale del Paese. Fonte: Reuters
Proprio a pochi giorni dall'8 marzo le donne iraniane rischiano di essere in futuro declassate a niente di più che "macchine da riproduzione", denuncia Amnesty International. Infatti, secondo un rapporto pubblicato mercoledì dall'ONG con sede a Londra, intitolato "You Shall Procreate: Attacks on women's sexual and reproductive rights in Iran" ("Dovrai partorire: attacchi ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne in Iran"), nel quadro di una maldestra politica di crescita demografica Teheran potrebbe presto definitivamente approvare due leggi che rischiano di peggiorare la discriminazione e lo stato dei diritti delle donne nel Paese.
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Da "due figli sono sufficenti" a "più bambini, più felicità": come è cambiata la pianificazione familiare dell'Iran
A partire dal 1970, l'Iran ha prestato una sempre maggiore attenzione al tema della pianificazione familiare, e nei centri sanitari pubblici del Paese capeggiava spesso lo slogan "due figli sono sufficenti". Tale situazione ha ovviamente subito un netto cambiamento con l'avvento della rivoluzione islamica del 1979, quando determinati valori - tra cui, appunto, la pianificazione familiare - sono diventati simboli da combattere della corruzione occidentale.
Tuttavia, questa chiusura è durata non più di una decina d'anni, e nel corso dei '90 - complici l'alto tasso demografico e la vacillante economia - è tornato ad essere centrale il focus di Teheran sulla pianificazione familiare, portata avanti tra distribuzioni agevolate o gratuite di contraccettivi e un più facile accesso, per gli uomini, alla vasectomia.
In seguito, la musica è tornata a cambiare con la prima presidenza, nel 2005, di Mahmud Ahmadinejad. Proprio quest'ultimo, alla guida del Paese fino al 2013, nel corso dei suoi due mandati ha più volte tuonato contro la pianificazione familiare, dicendo agli iraniani che due figli non erano più sufficenti.
Così, tra un'accusa alla corruzione della contraccezione e un monito all'allargamento delle famiglie, nel 2010 Ahmadinejad ha promosso e approvato un incentivo monetario per tutti coloro che mettevano al mondo un figlio, vincolando i soldi ad un conto bancario su cui lo Stato effettuava versamenti annuali sino al compimento dei 18 anni. Ancora, a supporto di una propaganda totalmente incentrata a sconfiggere un valore del "mondo laico" come la pianificazione familiare - che intanto nel 2012 si era vista togliere i finanziamenti -, nel 2013 il motto statale che negli anni precedenti "pubblicizzava" un massimo di due figli fu radicalmente cambiato, divenendo (vedere la foto sotto) "più bambini, più felicità".
La crociata anti-pianificazione continua: perché due disegni di legge sulla crescita della popolazione sono una minaccia (anche e soprattutto) per i diritti delle donne
Per comprendere la portata dell'allarme lanciato da Amnesty International è necessario guardare più da vicino due ddl in questi mesi al vaglio della politica iraniana.
Il primo, indicizzato come proposta n.446, recita nel titolo "Bill to Increase Fertility Rates and Prevent Population Decline" ("Legge sull'incremento dei tassi di fertilità e sulla prevenzione del declino della popolazione"), ed è già stato approvato a larga maggioranza in prima lettura nell'agosto del 2014. Qualora dovesse essere fatta definitivamente passare, tale legge ha una sostanziale azione di repressione sulla pianificazione familiare: la sterilizzazione volontaria sarebbe considerata illegale, l'accesso alle informazioni sui contraccettivi sarebbe completamente bloccata e allo stesso modo anche qualsiasi informazione su di una gravidanza consapevole sarebbe off-limits.
In questo modo, accusa l'ONG britannica, i rischi maggiori del giro di vite iraniano sulla pianificazione familiare riguardano le donne. Molte potrebbero infatti arrivare a rivolgersi ad aborti illegali e clandestini, in condizioni igieniche al limite dell'umano e mettendo quindi a repentaglio la loro stessa vita. Ugualmente, la più difficile reperibilità di profilattici potrebbe essere il principio di una maggiore diffusione nel Paese del virus dell'HIV e di altre malattie a trasmissione sessuale.
"Attraverso l'abolizione del programma di pianificazione familiare e il divieto di aggedere a servizi fondamentali per la salute sessuale e riproduttiva, le autorità esporranno le donne a gravi rischi per la loro salute e violeranno i loro diritti umani. E' fondamentale quindi che le autorità continuino a finanziare i programmi per la pianificazione, garantendo in questo modo che le donne possano avere accesso a prodotti, servizi e informazioni di qualità sulla contraccezione", ha commentato al riguardo Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Per quanto riguarda il secondo ddl, proposta n.315, questo è intitolato "Comprehensive Population and Exaltation of Family Bill" ("Legge quadro sulla popolazione e l'esaltazione della famiglia"), e sarà discusso il prossimo aprile dal Parlamento iraniano. Stando ad Amnesty International, tale disegno di legge ha un doppio obiettivo che, in entrambi i casi, penalizza fortemente le donne: nel primo, queste - soprattutto se single e senza figli - vengono sostanzialmente escluse dal mondo del lavoro, reso in primis accessibile (nel pubblico e nel privato) a uomini con figli, uomini sposati senza figli e donne sposate con figli, in quest'ordine. Nel secondo, rende molto più complicato per le donne avviare pratiche per chiedere ed ottenere il divorzio - iter già piuttosto spinoso, visto che quest'ultime devono prima dimostrare "difficoltà insopportabili" nella relazione, cosa ovviamente non richiesta ad un uomo che voglia procedere con il divorzio - e limita gli interventi della polizia, delle altre forze dell'Ordine e della magistratura nei casi di liti familiari.
"Le autorità iraniane devono riconoscere che introdurre una legge del genere potrebbe avere conseguenze devastanti per le donne che sono intrappolate in relazioni violente", ha commentato in tal senso la già citata Hassiba Hadj Sahraoui.
Sempre quest'ultima, inoltre, ha riassunto in poche parole ciò che potrebbe davvero nascondersi dietro ai ddl 446 e 315: "il messaggio di questa proposta è che le donne non hanno altro compito che essere obbedienti casalinghe e mettere al mondo figli e non hanno diritto di lavorare o di fare carriera fino a quando non hanno esaudito il loro primo compito e dovere. Il provvedimento va contro la realtà dell'Iran, un paese nel quale almeno fino a poco tempo fa le donne costituivano la maggioranza dei laureati e circa il 17 per cento della forza lavoro".
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