Mezzo secolo di democrazia a tutti gli effetti




Tutto partì nel 1868 a Zurigo: per la prima volta in Svizzera, in occasione della revisione della Costituzione cantonale, alcune donne domandarono il diritto di votare. Lo fecero restando nell’anonimato, tanto era scandaloso all’epoca avanzare richieste di questo tipo. Poco dopo fu fondata la Federazione svizzera delle lavoratrici, chenel 1893 chiese per la prima volta ufficialmente il diritto di voto e di eleggibilità per le donne svizzere. In seguito nacquero altre associazioni a favore del suffragio femminile, che nel 1909 si unirono dando vita all’Associazione svizzera per il suffragio femminile (ASSF). Questi i principali primi passi che portarono, (solo) un secolo più tardi, il 7 febbraio 1971, all’ottenimento di qualcosa che oggi viene dato per scontato: il diritto delle donne a partecipare attivamente alla vita politica.
Nella prima metà del ‘900 i tentativi cantonali e a Berna di estendere il diritto di voto alle donne sono numerosi. Ma atti parlamentari e petizioni non riescono a centrare il bersaglio. «Come già durante la Grande guerra, anche durante il secondo conflitto mondiale, le associazioni femminili intensificano poi l’impegno nell’ambito dell’assistenza sociale, nella speranza di ottenere il riconoscimento dei loro diritti politici», spiega Franziska Rogger, storica specializzata in storia delle donne svizzere. I loro sogni rimasero inesauditi.
Nel 1945 il Nazionale trasmette al Consiglio federale un postulato a favore del suffragio femminile. Nel clima di entusiasmo del secondo dopoguerra hanno luogo alcune votazioni a livello cantonale o comunale. Nel 1951 il Governo pubblica un rapporto in cui, viste le sconfitte cantonali, reputa prematuro indire una votazione federale sul tema.
«Quando nel 1957 il Consiglio federale vuole includere anche le donne svizzere nella difesa nazionale imponendo loro l’obbligo di prestare servizio nella protezione civile, le attiviste si oppongono»: l’Associazione svizzera per il suffragio femminile, l’Unione svizzera delle donne cattoliche e l’Alleanza delle società femminili svizzere si rifiutano di accettare nuovi doveri senza diritti politici in contropartita. La discussione in corso mette a rischio i progetti di Berna sulla protezione civile: il Consiglio federale presenta quindi un primo disegno sull’introduzione del suffragio femminile a livello federale. Con l’appoggio degli oppositori del diritto di voto alle donne in Parlamento, che vogliono che sia il popolo a respingere il progetto, nel 1958 questo è approvato da entrambe le Camere. L’oggetto è quindi respinto nettamente dagli svizzeri nel 1959 con il 66,9% di no. La partecipazione alle urne è del 66,7 %. Sono favorevoli soltanto i Cantoni di Vaud, Ginevra e Neuchâtel. «Ma si era capito qual era la strategia vincente: chiedere il diritto di voto in cambio dell’accettazione di regole volute dalla politica», spiega Rogger.
L’occasione seguente si presenta nel 1968, quando il Governo si appresta a ratificare la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, ma escludendo il suffragio femminile e scatenando quindi le ire delle attiviste e dei giovani. In piena atmosfera rivoluzionaria sessantottina, e dopo la marcia su Berna del 1969, l’Esecutivo si vede costretto a sottoporre celermente a votazione popolare un nuovo progetto in materia di suffragio femminile.
Il 7 febbraio 1971 le donne svizzere conseguono finalmente il tanto sospirato obiettivo: gli elettori accettano il diritto di voto e di eleggibilità per le donne a livello federale con il 65,7% di sì contro il 34,3% di no. Una conquista arrivata 53 anni dopo la Germania, 52 dopo l’Austria, 27 dopo la Francia e 26 dopo l’Italia. Fra i Cantoni, Appenzello Esterno, Appenzello Interno, Glarona, Obvaldo, Svitto, San Gallo, Turgovia e Uri continuano a respingere la richiesta. L’ultimo a introdurre il voto femminile è stato Appenzello Interno, costretto ad adeguarsi dal Tribunale federale nel 1990.
La pillola non è magica, però...
Uno degli elementi che hanno cambiato le carte in tavola secondo Franziska Rogger è stato l’arrivo, negli anni Sessanta, della pillola anticoncezionale: «Portò le donne ad essere individui slegati dalla famiglia, che potevano pianificare meglio la loro vita, essere attive in più ambiti. Ci fu un cambiamento enorme nella mentalità di tutta la popolazione».
Nell’autunno 1971 venne rieletto il Parlamento. Fra i nuovi volti a Berna: dieci consigliere nazionali e una «senatrice». Un’undicesima deputata si aggiunse pochi giorni dopo, subentrando a un collega eletto alla Camera alta.
Furono i romandi i precursori
Nel 1959, lo stesso giorno in cui gli svizzeri dicono per la prima volta no al suffragio femminile, il Canton Vaud lo introduce in materia cantonale e comunale, seguito lo stesso anno da Neuchâtel e nel 1960 da Ginevra. Basilea Città si dichiara favorevole nel 1966. Basilea Campagna e il Ticino seguono rispettivamente nel 1968 e nel 1969.
In seguito al sì nazionale del 1971 la maggior parte dei Cantoni introduce anche il diritto di voto cantonale e comunale. Solo Appenzello Esterno (1989) e Interno (1990) si sono opposti ancora a lungo. Ad Appenzello Interno è addirittura stata necessaria una decisione del Tribunale federale, che accolse un ricorso presentato da alcune appenzellesi e impose al Cantone (attraverso una reinterpretazione della sua Costituzione) l’immediata introduzione del diritto di voto e di eleggibilità delle donne.
"Basta piangere sul passato"
Julie chi? Julie Ryff. Nome sconosciuto di una pioniera della lotta per il suffragio femminile. Sconosciuto perché la signora Ryff (Baseilea 1831- Berna 1908), madre di 13 figli e vedova, fu molto attiva, ma rimanendo sempre dietro le quinte. Segretaria del Comitato femminile di Berna all’inizio del XX secolo, attivissima durante la creazione del Codice civile (che tolse la tutela coniugale come istituto giuridico), Ryff fece una grande inchiesta sulla vita delle donne svizzere, che ora è custodita negli archivi della storia del movimento femminista svizzero della Fondazione Gosteli, nel canton Berna. A questa figura femminile la storica lucernese Franziska Rogger ha dedicato un volume che uscirà il 10 febbraio, edito da NZZ libro. « La vita di Julie Ryff, con la maternità (con 13 figli), la vedovanza, le cause legali, l’indipendenza professionale, mostra chiaramente quali fossero le condizioni in cui vivevano le donne agli inizi della lotta per il suffragio femminile e come queste lottarono per avere più diritti», spiega Rogger.
«Dapprima, le donne cercarono di ottenere più diritti scrivendo lettere a chi era al potere». Alla fine divenne chiaro che erano necessari dei cambiamenti nella legge.» Poiché le donne non avevano diritto di voto, erano escluse dal processo legislativo. «La richiesta di una cittadinanza attiva non fu una richiesta ideologica astratta, ma il risultato di un’esperienza dolorosa».
Ma lamentarsi del passato e del fatto che il suffragio femminile sia giunto solo 50 anni fa non fa per Rogger: «Basta piangere sul passato, dipingendo le donne sempre solo come delle poverine. È controproducente e depotenziante». Piuttosto, dice la storica, vanno celebrate le vittorie ottenute. E chi lavorò per ottenerle.

Julie Ryff in un suo ritratto messo a disposizione da M. de Haller.
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