Gran Bretagna, "Woke": la nuova parola d'ordine dei progressisti: ecco cosa vuol dire
LONDRA – “Non c’è niente di male a essere woke”, dice Boris Johnson in un’intervista alla Bbc. “Joe Biden è un buon modello di woke per tutti noi”, afferma Lisa Nandy, ministro degli Esteri del governo ombra laburista. Mentre Priti Patel, ministra degli Interni britannica, recentemente si scagliava contro i capi di Scotland Yard a suo dire “troppo woke”: ma forse perché era rimasta indietro su come è cambiata la linea di Downing Street verso il nuovo presidente americano.
Parafrasando il Manzoni ci si potrebbe chiedere: woke, chi era costui? O meglio, cos’è? Da quanto se ne parla in questi giorni, è lecito pensare che sia un nuovo termine del gergo politico anglosassone. In realtà tanto nuovo non è: il suo primo uso risale agli Stati Uniti degli anni 40. Ma a farlo tornare di moda è stato l’anno scorso Black Lives Matter, il movimento per i diritti civili degli afroamericani. E a portarlo di attualità in questi giorni ha contribuito l’ingresso alla Casa Bianca di Biden, accompagnato dalla prima vicepresidente nera (oltre che prima donna a ricoprire l’incarico) della storia Usa.
Dal punto di vista grammaticale, woke è semplicemente il passato del verbo “to wake”: svegliare. Politicamente, evoca l’idea di un risveglio di stampo progressista: la “consapevolezza di problemi sociali e politici come il razzismo e la diseguaglianza”, secondo un dizionario dello slang di Washington. Il fatto che venga citato così frequentemente in coincidenza con l’avvio dell’amministrazione Biden lo fa considerare, dopo quattro anni di Trump e trumpismo, una sorta di nuova parola d’ordine della sinistra, americana e britannica, forse pure occidentale in senso più ampio.
Molti commentatori sulle due sponde dell’Atlantico sostengono che Biden influenzerà le forze progressiste in Europa, a cominciare dal Labour a Londra: lotta al crescente gap ricchi-poveri, impegno contro il cambiamento climatico, condanna senza mezzi termini del razzismo, difesa dei diritti delle donne e delle minoranze, tenendo tuttavia la barra al centro, senza un radicalismo alla Bernie Sanders o alla Jeremy Corbyn. In questo senso, woke potrebbe diventare il suo slogan, la parolina con cui riassumere tutto quello per cui si batte e che rappresenta, equivalente lessicale dei cambiamenti fisici nell’Oval Office della Casa Bianca: dove è sparito il busto di Churchill che ci aveva messo Trump, mentre sono apparsi quelli di Robert Kennedy e di Martin Luther King.
A proposito: quando Barack Obama sostituì un precedente busto di Churchill, donato da Tony Blair a George W. Bush, l’allora sindaco di Londra Boris Johnson lo denunciò come “un insulto al Regno Unito” e colse l’occasione per definire Obama “un mezzo kenyota”, stavolta invece il suo portavoce si è limitato a dire che il presidente degli Stati Uniti ha diritto di mettere quello che vuole nel suo ufficio, la conferma che vuole fare dimenticare la sua amicizia con Trump e ricucire i rapporti con Biden.
Morale: c’è stato un tempo in cui la sinistra italiana si diceva “blairiana”, poi chi si diceva anche da noi orgogliosamente “corbyniano”. Il primo termine è tramontato dopo la guerra in Iraq, il secondo dopo la peggiore sconfitta laburista alle urne in 85 anni. Vedremo se ora anche per i progressisti della nostra penisola è venuto il momento di proclamarsi woke.

