L’enciclica di papa Francesco fa leva sulla fratellanza e sui diritti della Dichiarazione universale
UDINE. Il tempo cronologico registra oggi 72 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani il 10 dicembre 1948; il tempo dell’essere, cioè dei significati profondi e permanenti interroga sulle attuazioni e sulle smentite di quei contenuti così profondi e su quanto sta avvenendo nella presente situazione della storia umana quando una pandemia inattesa e tragica sta colpendo tutto il Pianeta.
Gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a collaborare insieme per promuovere gli articoli sui diritti umani che, per la prima volta nella storia, sono stati riuniti e codificati in un documento unico. Di conseguenza molti di questi diritti, in varie forme, fanno oggi parte delle leggi costituzionali delle nazioni democratiche, con il continuo interrogativo se e come sono attuati o invece smentiti.
L’art. 1 afferma: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».L’attenzione è ad ogni singola persona e nello stesso tempo al plurale, a tutte quelle che formano la famiglia umana, al noi della fratellanza. Immediata è l’associazione alla recente enciclica di papa Francesco, “Fratelli tutti, sulla fraternità e l’amicizia sociale”. Oggi il primo sentire di questa fratellanza è la memoria del milione e mezzo di vittime, sessantamila in Italia del Covid-19: un numero impressionante di volti, nomi, relazioni di amore e di amicizia, di ricchezze umane, professionali, culturali, spirituali. Solo questa attenzione e partecipazione può favorire scelte politiche, economiche, legislative rispondenti alle vere necessità, con l’attenzione primaria alla vita e alla salute delle persone. Un cambiamento di mentalità deve partire dalla condivisione del dolore, insieme per le innumerevoli vittime della fame, della sete, delle guerre, delle migrazioni verso le quali così spesso c’è una scontata indifferenza. Lo spirito di fratellanza dovrebbe guidare all’impegno concreto, quotidiano, perseverante per costruirla.
Papa Francesco nella sua enciclica propone un progetto alternativo all’attuale organizzazione del mondo, un cambio radicale di paradigma. Quello attuale è antropocentrico: l’essere umano si sente signore e padrone della terra, dell’ambiente, di tutta la realtà che hanno senso solo nella misura in cui sono a lui subordinate. I vantaggi acquisiti in diversi campi sono rimessi profondamente in discussione dalla introduzione di un principio di autodistruzione che si concretizza nel senso di onnipotenza, come causa delle drammatiche disuguaglianze e ingiustizie, nelle violenze, nella violazione dei diritti umani, nelle guerre, nella distruzione dell’ambiente. A questo paradigma papa Francesco propone in modo radicalmente alternativo quello della fraternità universale e dell’amicizia sociale, di una civiltà solidale con la preservazione e cura di ogni vita, con conseguenze positive per la salute, l’istruzione, il lavoro e l’ambiente.
È una enciclica laica, perché attraversata dall’amore che è dimensione universale e accoglie, rispetta, valorizza la pluralità, le differenze, l’apertura all’inedito e va oltre agli schemi e alle pratiche caratterizzate da dogmatismo ed esclusività. L’atteggiamento fondamentale è l’attenzione all’uomo ferito, che sono poi popoli interi, all’estraneo sulla strada – come afferma nel 2° capitolo – al coinvolgimento nella sua storia da prendere a cuore e di cui prendersi cura.
Questo fondamento della fraternità porta a riconoscere nell’estraneo il fratello, perché come afferma l’art. 2 della Dichiarazione Universale dei diritti umani non ci deve essere «distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione». La terribile pandemia in atto evidenzia la precedente violazione di questo principio e le situazioni e condizioni problematiche già prima esistenti nella nostra società e sull’intero Pianeta: povertà, marginalità, mancanza di assistenza sanitaria e di istruzione, lavoro precario e sfruttato, mancanza di attenzione alle persone con disabilità, condizioni di sfruttamento e violenza sulle donne, a cominciare dall’ambiente familiare e ancora in diversi ambiti.
È attualmente verificato in modo drammatico l’art. 3 che afferma che «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona»: ora ci si accorge maggiormente di come sia stato continuamente e diffusamente calpestato. E ugualmente l’art. 25 sul diritto ad un tenore di vita sufficiente, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari.
Si pensi alla attuale risposta sanitaria in grave difficoltà, pure nel prodigarsi umano e professionale di tante persone verso cui sentire profonda riconoscenza; certamente per lo tsunami inatteso della pandemia, ma anche per le scelte decise negli anni di non investire anzi di tagliare colpevolmente sulla sanità e invece di investire sulla produzione delle armi, di non progettare la preparazione di nuovi medici e infermieri, di non potenziare la prevenzione e la cura diffuse della medicina territoriale, di non potenziare decisamente la sanità pubblica di tutti e per tutti.
È doveroso eticamente e politicamente soffermarsi ancora, fra gli altri articoli, sul numero 9: «Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto ed esiliato», sul numero 5: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento a punizione crudeli, inumani e degradanti».
Queste affermazioni portano subito a pensare a Giulio Regeni e alla sua famiglia; Paola, Claudio e Irene, anche perché la sua storia drammatica e dolorosa, è anche simbolo di altre, innumerevoli in Egitto e in tante parti del mondo; e perché la sua famiglia nella perseveranza tenace di cercare verità e giustizia insieme all’avocata Alessandra Ballerini e a tante persone partecipi, è un esempio. Insieme a Giulio ricordiamo Patrick Zaki per considerare tutti coloro che come lui subiscono ingiustamente il carcere e quanto di disumano in esso avviene.
Una violazione palese e drammatica di questi diritti umani fondamentali avviene quotidianamente sulla rotta balcanica nella quale nell’area fra Bosnia e Serbia sono coinvolte circa 17 – 20 mila persone. Da tempo ormai persone profughe con il diritto di presentare la domanda come rifugiate politiche vengono illegalmente respinte al confine tra Italia e Slovenia con una colpevole responsabilità del nostro Paese nella violazione dei diritti umani e del diritto internazionale: da gennaio a ottobre 2020, 1.200 persone, 800 afgani e poi pakistani, iracheni e siriani; tace la politica, tacciono i mezzi di informazione. Poi la polizia slovena consegna a quella croata le persone che subiscono furti, botte, maltrattamenti, violenze e torture raccapriccianti e contro di loro vengono anche aizzati i cani; queste immagini documentate ripetutamente e in modo inoppugnabile conducono a ripensare ai lager nazisti in cui i cani avevano la stessa funzione. La polizia croata riporta i profughi nei boschi della Bosnia, quindi fuori dall’Europa dove avevano cercato di entrare con la speranza di essere accolti. Sono da accomunare nella vergogna, la politica italiana e quella dell’Europa.
Nei campi profughi di “non accoglienza” le persone sono trattate in modo disumano. A questi drammi si accostano quelli del Mediterraneo e gli altri che avvengono in diversi luoghi del Pianeta, basti pensare al confine tra Messico e Usa. È evidente che la pandemia dovunque presente aggrava drammaticamente queste situazioni.
Uno dei capitoli dell’enciclica è dedicato alla migliore politica: «Per realizzare la fraternità e l’amicizia sociale – cioè l’affermazione dei diritti umani – è necessaria la politica migliore posta al servizio del vero bene comune… dobbiamo mettere la dignità umana al centro e su questo pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno (n. 168)». Afferma papa Francesco che la politica è come una vocazione altissima, come una delle forme più preziose di carità che sollecita a cercare effettivamente il bene di tutte le persone. —
