L'arte ridotta a morale - la Repubblica
F orse possiamo riflettere sul grande evento del 7 dicembre alla Scala anche da Genova, visto che la regia era stata affidata a Davide Livermore, l’eccellente artista che la nostra città si è opportunamente aggiudicata per il suo teatro di prosa. Ma proprio perché stimo molto Livermore, regista e musicista, credo che vada detto anche da un suo ammiratore che nello spettacolo di Milano non ha brillato per idee e originalità. Intendiamoci: tutto bene, perché è stata una parata di stelle internazionali del canto, con un’orchestra e un direttore magnifici. La musica è stata impeccabile. Ma lo spettacolo no. E non lo dico tanto per le singole scene che facevano da sfondo alle varie interpretazioni, quanto per le suture tra una scena e l’altra: poesie, citazioni, siparietti di tre impacciati attor-giovani, sermoncini moralistici capaci di infastidire anche chi era pienamente d’accordo col loro contenuto. Non tutti i passaggi tra un numero e l’altro sono stati noiosi, sia chiaro: l’introduzione, con la donna delle pulizie che intona un dolente Fratelli d’Italia, è stata bellissima; le immagini di Milano notturna erano suggestive e commoventi, ma nel complesso proprio dove il regista era chiamato a dare la sua impronta per fare qualcosa di più di un (troppo) lungo recital si è avvertito qualcosa di stonato.Perché? Per eccesso di moralismo. L’arte può essere spiegata, anzi deve esserlo, la si capisce meglio, la si apprezza di più; ma non deve mai essere moralizzata, neanche quando le si vogliono far dire, come alla Scala martedì scorso, le cose più belle e giuste del mondo. Tutti i tentativi di usare l’arte (la musica, la letteratura, la pittura) a fini morali, religiosi, politici, quand’anche questi fossero stati ottimi, sono risultati fastidiosi di per sé e di danno all’arte stessa, tanto che, se essa si è salvata, è perché col tempo si sono dimenticati gli intenti didattici o etici di chi l’aveva commissionata o creata: quando guardiamo un bel quadro in una chiesa non pensiamo più all’edificazione cristiana che magari lo aveva ispirato.
A Milano, purtroppo, Livermore ha cucito la grande musica, le singole, magnifiche arie, con troppo moralismo, ora fortunatamente implicito in poesie e citazioni che comunque si imponevano per la loro bellezza (versi di Montale, di Pavese…) o autorevolezza (brani da Gramsci, dalle lettere di Verdi), ora invece fastidiosamente esplicito, come, tra gli altri, nel pistolotto della Murgia o in quello conclusivo del regista stesso. Specialmente questi predicozzi sono apparsi tanto condivisibili e giusti nel merito (solidarietà, valore della cultura, dell’impegno, arte, diritti delle donne…), quanto troppo scontati, didascalici, moralistici. Prendiamo quello della Murgia, che ha letto l’opera lirica come un me-too antelitteram.Niente di più improprio. Nell’opera lirica le donne vincono sempre: in quella comica stravincono nella vicenda e nella musica (si pensi alla Rosina del Barbiere di Siviglia); in quella seria perdono nella vicenda, ma stravincono nell’arte, per cui tutti detestano i due Germont, il padre ipocrita e il figlio stupido, e tifano per Violetta, che muore malata e povera, ma portata in trionfo, da oltre un secolo e mezzo, da milioni di appassionati spettatori della Traviata. L’opera ha questa straordinaria forza: che in essa vincono (spesso già dal titolo stesso) i personaggi che nel racconto perdono, come Rigoletto o Ernani, specie se donne, da Lucia di Lammermoor a Luisa Miller a Carmen. La Murgia ha fatto invece del melodramma un manifesto protofemminista. L’ha usato per una pedagogia d’attualità, banalizzandone così la proprietà più alta, quella per cui in scena si può vincere anche e soprattutto quando si è vittima, può trionfare chi è sconfitto, la donna è più forte dell’uomo che la uccide.Oggi vanno di moda i toni predicatori, che sono sempre fuori posto e facilmente fuori misura, come è successo alla Scala quando l’aria "Un bel dì vedremo" della Butterfly è stata interpretata come un segno di speranza, mentre la musica suona l’illusione tragica di una donna ingannata. Livermore ha fatto con la grande musica quello che i predicatori del Medioevo o i custodi del realismo socialista novecentesco facevano con la narrativa, estraendone il giusto quantitativo di ortodossia religiosa o ideologica. È un peccato che il bravo regista non sia stato all’altezza di sé stesso.
