«Senza donne non c’è crescita: è l’ora di un ministero con portafoglio per vincere la sfida»
Quaranta associazioni e parlamentari di tutti gli schieramenti chiedono un cambio di passo al presidente incaricato Mario Draghi
di Manuela Perrone
(Prostock-studio - stock.adobe.com)Quaranta associazioni e parlamentari di tutti gli schieramenti chiedono un cambio di passo al presidente incaricato Mario Draghi
7' di lettura
Si sono chiamate “Donne per la salvezza” ben prima che si pensasse alla nascita di un governo «di salvezza nazionale» a guida Mario Draghi. Da mesi 40 associazioni di manager, economiste, statistiche, accademiche, giornaliste e parlamentari hanno fatto rete e promosso un ciclo di cinque webinar per elaborare un manifesto di proposte per il Recovery Fund. Adesso chiedono al presidente incaricato un cambio di passo netto per raccogliere e vincere la sfida della parità di genere, a partire dalla trasformazione delle Pari opportunità da dipartimento a ministero affidato a un ministro o a una ministra con portafoglio.
Il prezzo della crisi
«Sarebbe un’azione di rilievo con un valore concreto e simbolico - scrivono le “Donne per la salvezza” (qui l’elenco delle associazioni che aderiscono) - che riaccenderebbe nelle italiane la speranza in un percorso di fuoriuscita dalla crisi attento alle loro necessità e ai problemi specifici della metà del Paese che paga il prezzo più alto all’emergenza Covid in termini di occupazione e di servizi». Parlano i numeri, da ultimo quello terribile sull’occupazione sfornato dall’Istat: soltanto a dicembre, su 101mila posti lavoro persi, 99mila sono stati femminili. In un anno l’occupazione è scesa di 440mila unità, di cui 312mila donne. Un’ecatombe allarmante per un Paese già in coda alle classifiche per il tasso di occupazione femminile, sceso di nuovo con la pandemia sotto il 50%, al 48,5 per cento.
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Il rischio boomerang del Recovery Fund
Dietro le cifre ci sono drammi che rischiano di acuire le disuguaglianze e sospingere nuovamente le donne tra le pareti domestiche. Anche perché, senza correttivi, lo stesso Recovery Fund corre il pericolo di accentuare il divario. Lo ha ricordato recentemente la statistica Linda Laura Sabbadini, chair Women20, in audizione alla commissione Esteri della Camera: il Recovery può diventare «un boomerang» se non si scioglie il nodo del vincolo posto da Bruxelles del 57% degli stanziamenti ai settori green e Ict, perché si tratta di «settori che hanno una percentuale di presenza femminile molto bassa e questo vuol dire che l'impatto di questo 57% può essere fortemente penalizzante per le donne, può addirittura acuire la disuguaglianza di genere».
Il piano di ripresa non sia «gender blind»
È quella “cecità di genere” che per prime denunciarono le europarlamentari firmatarie della petizione #halfofit, capitanata dalla verde tedesca Alexandra Geese, movimento di cui le “Donne per la salvezza” rappresentano l’evoluzione italiana. Una cecità che per l’Italia sarebbe fatale, considerando i ritardi storici che caratterizzano il nostro Paese. Lo scorso ottobre la sottosegretaria all’Economia, Maria Cecilia Guerra (Leu), li aveva elencati in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sul bilancio di genere per l'esercizio finanziario 2019, definendo il piano nazionale di ripresa e resilienza «un’occasione irripetibile».
Il manifesto
Le associazioni invocano una governance paritaria dei fondi di Next Generation Eu, la valutazione ex ante ed ex post dell’impatto di genere di ogni provvedimento, l’attenzione alla parità nel patrimonio destinato gestito da Cdp, asili nido fino a garantire una copertura del 60%. Chiedono cure domiciliari per anziani, disabili e non autosufficienti, tempo pieno generalizzato nella scuola dell’obbligo, una rete di centri antiviolenza adeguata agli standard della Convenzione di Istanbul, orientamento alle materie Stem per bambine e ragazze, misure per eliminare progressivamente il divario salariale tra donne e uomini. Sottolineano la necessità di tornare a promuovere e sostenere con convinzione l’imprenditoria femminile, di investimenti massicci per combattere gli stereotipi di genere, di congedi di paternità obbligatori per almeno due mesi, di avviare un monitoraggio di genere del credito concesso alle nuove imprese avviate da donne e da uomini. E di premiare negli appalti del Recovery le aziende che praticano l’uguaglianza nelle retribuzioni, nelle carriere e nel management.


