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Filippa Pantano e la lotta per i diritti delle lavoratrici

Scritto da Google News. Postato in Diritti delle donne

Un passo avanti per tutte le donne è il titolo con cui l’Unità il 14 ottobre 1973 annunciò l’approvazione alla Camera dei Deputati della legge n. 877 che stabilì nuove norme per la tutela del lavoro a domicilio. Una conquista per tutte quelle lavoratrici, tantissime, che avevano contribuito allo sviluppo economico dell’Italia, ma erano condannate alla “clandestinità”, retribuite con paghe misere senza alcun diritto previdenziale.

Filippa Pantano, la ricamatrice che lotta per i diritti

Per ottenere un cambiamento le donne erano scese in piazza. Dal Veneto fino ai paesi delle province del Sud. E fu proprio da uno di quei piccoli centri che si sollevò un’ondata di proteste così forte da arrivare ai luoghi decisionali della vita del Paese. A trasformare lo sconforto in lotta tenace ci pensò Filippa Pantano, una delle ricamatrici di Santa Caterina Villarmosa, in provincia di Caltanissetta. Era nata nel 1910 in una famiglia di contadini, i suoi erano genitori illuminati, le avevano infatti assicurato un’istruzione mandandola a scuola, una scelta non comune per quei tempi.

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Donne che ricamano in strada, a Palermo, in una foto del 1910. I diritti delle ricamatrici e di tutte le lavoratrici a domicilio sono stati tutelati per legge nel 1973. (Alamy)

Nel 1938 si era sposata con Liborio Rotondo, contadino e uomo con cui condividere principi e ideali. Filippa era una delle ragazze dalle mani d’oro, così venivano chiamate le artigiane del paese che avevano il talento prezioso di dita leggere e forti insieme, capaci di dare vita a vere e proprie meraviglie.

La lezione tedesca

Nel 1966 Filippa lasciò la Sicilia, raggiunse in Germania il marito, che era andato a lavorare come operaio in una fabbrica tedesca, perché la terra di Santa Caterina rendeva poco e i soldi non bastavano più per garantire un’esistenza serena alle piccole Pina e Orsola, le bimbe che la coppia aveva avuto.

Anche Filippa trovò un impiego in un’azienda produttrice di funghi. Dopo cinque anni di sacrifici e duro lavoro, decise di far ritorno a casa. A Santa Caterina le donne non erano pienamente consapevoli dei loro diritti. Filippa, invece, forte di un’esperienza in un Paese dove la tutela delle lavoratrici era più avanzata rispetto all’Italia in termini di orario salariale, giusta retribuzione e previdenza, quando riprese a ricamare capì che non era più possibile restare in silenzio. Le ricamatrici subivano le angherie di quello che è stato definito il racket dei telai e della manodopera.

Stavano nelle loro case chine ore e ore con le schiene dolenti e la vista che doveva essere ben ferma per creare corredi lussuosi, autentici tesori che finivano spesso e volentieri nelle mani degli intermediari, persone senza scrupoli che venivano in paese per conto dei committenti, ditte all’ingrosso di grandi città siciliane, ma anche del nord Italia. I manufatti erano acquistati a costi irrisori, in cambio le lavoranti ricevevano capi di vestiario o paghe da fame, mentre le creazioni venivano rivendute a prezzi esorbitanti.

Unite in manifestazione

Filippa Pantano capì che per ottenere retribuzioni adeguate e condizioni di lavoro dignitose era necessario spezzare la solitudine e unire le forze. Insieme alle figlie Pina e Orsola iniziò a coinvolgere vicine di casa e conoscenti. Nacque così la Lega delle ricamatrici, grazie all’appoggio dell’Udi, della Cgil e del Pci che contribuirono a seminare voglia di libertà ed emancipazione. Risposero all’appello 875 lavoratrici. Prima isolate e sparse, grazie a Filippa Pantano e a Pina Rotondo, che divenne la giovane leader del movimento, formarono un fronte compatto e scioperarono per le strade del paese senza farsi fermare da chi le additava o le derideva. Il loro esempio si estese a tutta la Sicilia.

La protesta delle lavoranti a domicilio arrivò a Palermo e poi a Roma in cui sventolarono le bandiere bianche con l’effige delle ricamatrici: la rosa rossa simbolo di rabbia e ribellione. La stampa nazionale parlava del coraggio di quelle donne, paragonava il loro gesto a quello di Franca Viola e al suo no al matrimonio riparatore. Le lavoratrici rivendicavano non solo indipendenza, ma anche l’urgenza di essere considerate come artigiane libere e qualificate, capaci di gestirsi da sé.

La legge e l’inganno

Nel dicembre del 1973 fu approvata definitivamente la legge che regolamentava il lavoro a domicilio. Istituiva organi di controllo, assimilava la figura dei lavoranti a domicilio a quella dei lavoratori dipendenti, proibiva la figura degli intermediari e comprendeva anche il diritto alla tutela della maternità. Le ricamatrici chiesero l’applicazione della nuova normativa. La risposta di chi le sfruttava fu una serrata, il lavoro negato. Nel 1976 riuscirono però a trascinare in tribunale alcuni tra quanti si erano arricchiti speculando sulla specializzazione di migliaia di lavoranti in tutta la Sicilia. Intermediari e committenti furono condannati a pene detentive e pecuniarie.

Nel 1977 le ricamatrici, con a capo Filippa, fondarono una cooperativa, uno strumento di lavoro e liberazione femminile, che chiamarono, come il loro simbolo, “La Rosa Rossa”: ebbe però vita breve, nel 1980 cessò l’attività. Perché le intimidazioni, le minacce erano continuate, le ditte dopo il processo non avevano più dato loro lavoro, la legge trovava difficile applicazione e gli ordini da parte dei privati non bastarono per andare avanti.

Fu una sconfitta che però non intaccò la consapevolezza e la voglia di emancipazione in tantissime donne. In Spagna, è ancora un modello Questa storia, raccontata per la prima volta nel libro Le ricamatrici di Ester Rizzo (Navarra Editore), rivive in Il filo della speranza (ed. Settenove) di Guia Risari che ripercorre le vicende di Filippa Pantano e delle ricamatrici di Santa Caterina Villarmosa: «Sono donne – dice la scrittrice – che hanno rotto pregiudizi e stereotipi. Ci dicono a distanza di tempo di non abbandonare le nostre lotte, di credere nella sorellanza e di non dimenticare chi rivendica i propri diritti. Come fanno ora in Spagna le aparadoras, lavoratrici a domicilio nel settore delle calzature che combattono lo sfruttamento, legando le loro battaglie a un filo che dipanano ogni giorno: quello forte della speranza».

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