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Afghanistan: Rina Amiri è la nuova inviata speciale USA per i diritti umani e delle donne | Sicurezza internazionale

Scritto da Google News. Postato in Diritti delle donne

Pubblicato il 30 dicembre 2021 alle 10:47 in AfghanistanUSA e Canada

Il segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, ha nominato, mercoledì 29 novembre, Rina Amiri, una ex consigliera del governo statunitense, come nuova inviata speciale dell’Afghanistan per le donne, le ragazze e i diritti umani.

A riportare la notizia, il medesimo mercoledì, è stata Reuters, spiegando che Amiri aveva adottato una posizione critica rispetto il ritiro delle truppe statunitensi dal Paese Centro Asiatico. “Desideriamo un Afghanistan pacifico, stabile e sicuro, dove tutti gli afghani possano vivere e prosperare nell’inclusione politica, economica e sociale. L’inviata speciale Amiri lavorerà a stretto contatto con me per raggiungere questo obiettivo”, ha affermato Blinken in una nota. La nuova inviata speciale ha svolto, per due decenni, il ruolo di consigliera governativa, anche nel quadro delle Nazioni Unite e in think tank riguardanti questioni legate all’Afghanistan. In precedenza, la nuova inviata speciale aveva dichiarato, durante un’intervista a Reuters, che il processo di evacuazione delle donne a rischio era stato un “disastro”. Oltre a Amiri, Blinken ha nominato anche Stephenie Foster, una funzionaria del Dipartimento di Stato, come nuova consigliera senior per donne e ragazze per le missioni di evacuazione statunitensi, volte anche a reinsediare i cittadini che rischiano ritorsioni dal nuovo governo a guida talebana.

I talebani hanno preso il potere in Afghanistan il 15 agosto, con l’assedio della capitale Kabul, facendo cadere il governo appoggiato dall’Occidente. Le truppe statunitensi hanno completato il ritiro dal Paese il 30 agosto. Da allora, i talebani hanno posto sempre più strette sui diritti delle donne e delle ragazze, vietando a gran parte di loro di lavorare e di frequentare le scuole, nonostante le promesse di inclusione e gender equality. Questo ha portato i Paesi Occidentali ad accusare l’esecutivo afghano di fare marcia indietro rispetto alle assicurazioni sul rispetto dei diritti umani che avevano dato inizialmente. Il presidente statunitense, Joe Biden, aveva chiarito fin dall’inizio che le preoccupazioni sui diritti delle donne non avrebbero influenzato la sua decisione di ritirare le truppe dall’Afghanistan, nonostante avesse promesso, durante la campagna elettorale, di prestare attenzione a questioni legate alla parità di genere.

La nomina giunge dopo che il governo talebano ha annunciato, il 26 dicembre, ha emesso un’ordinanza che prevede che le donne non potranno percorrere distanze maggiori di 72 chilometri senza essere accompagnate da un parente stretto di sesso maschile. Le nuove norme sono arrivate settimane dopo che il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio aveva posto una stretta anche ai canali televisivi afghani, forzandoli ad interrompere l’emissione di soap opera filo-occidentali con attrici donne come protagoniste. Altrettanto importante è ricordare che il medesimo Dipartimento, in più occasioni, aveva invitato anche le giornaliste a indossare l’hijab. L’interpretazione dell’hijab da parte dei talebani – che può variare dalla copertura dei soli capelli, al velo per il viso, e arrivare a celare tutto il corpo – non è chiara e la maggior parte delle donne afghane indossa già il velo. Da una parte, attivisti sperano che la necessità dei talebani di ottenere il riconoscimento internazionale li porti a fare concessioni alle donne e ad essere più flessibili nel quadro dei diritti umani, sebbene gli ultimi sviluppi facciano intendere tutt’altro.

Dalla riconquista dell’Afghanistan, i talebani hanno inizialmente dichiarato che avrebbero consentito alle donne maggiore libertà, rispetto al passato, pur rimanendo nel quadro della legge islamica. Tuttavia, continuano a circolare notizie, confermate e non, su una generalizzata mancanza di tutela dei diritti del mondo femminile in Afghanistan. A tale proposito, il 20 ottobre, durante una visita in Russia, il vice primo ministro talebano, Abdul Salam Hanafi, aveva assicurato che in tutto il Paese le donne avrebbero continuato a lavorare, anche nelle stazioni di polizia e negli uffici dei passaporti. “Stiamo cercando di fornire condizioni di lavoro alle donne nei settori in cui sono necessarie, secondo la legge islamica”, aveva affermato il vice premier. 

Già il 24 agosto, il portavoce talebano Zabihullah Mujahid aveva chiesto alle donne afghane che lavoravano di stare in casa, finché non fossero stati messi in atto sistemi adeguati per garantire la loro sicurezza. Inoltre, senza dare spiegazioni al riguardo, nessuna donna è stata inclusa tra i rappresentanti dell’esecutivo resi noti il 7 settembre e neanche successivamente. Sulla scia di questo atteggiamento, il 17 settembre, i talebani hanno chiuso il Ministero per gli Affari Femminili, sostituendolo con un Ministero per la “Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio”, incaricato di far rispettare la legge islamica. 

Durante il primo governo, dal 1996 al 2001, il gruppo islamista aveva imposto una versione rigorosa della sharia, dalle interpretazioni più estreme. Ciò includeva il divieto per le donne di lavorare fuori casa o di uscire di casa senza un tutore maschio, il mancato accesso all’istruzione per bambine e ragazze, l’obbligo di indossare il burqa (l’abito femminile musulmano che copre sia il corpo sia il volto) e severe punizioni per chiunque avesse violato il codice morale imposto da gruppo militante islamista. Secondo Amnesty International, nel 1996, a una donna di Kabul venne tagliata una falange del pollice per aver indossato lo smalto.

Con il nuovo governo, i talebani avevano promesso grandi cambiamenti rispetto al passato, tra cui l’apertura alle donne e il rispetto dei diritti umani. Tuttavia, i dubbi al riguardo sono numerosi. Al momento il genere femminile è stato escluso dalla vita sociale e politica, le scuole sono state nuovamente divise in maschili e femminili e queste ultime non sono operative, con il risultato di molte giovani afghane che non possono continuare il proprio percorso di studi. Al contrario, le scuole maschili sono state riaperte il 18 settembre. Inoltre, circolano notizie riguardo a presunti omicidi di giovani sportive e minacce di morte contro giudici di sesso femminile. La questione della tutela dei diritti delle donne è stata definita fondamentale dai Paesi dell’Unione Europea, che affermano che non riconosceranno l’esecutivo dei talebani se la loro posizione questo punto non verrà chiarita. Senza un riconoscimento ufficiale, il governo non può accedere agli aiuti finanziari forniti all’Afghanistan dalla comunità internazionale, da cui l’economia del Paese è fortemente dipendente. 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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