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Francesca Morvillo: il coraggio di scegliere

Scritto da Google News. Postato in Diritti delle donne

Di lei si è sempre scritto poco, come se la sua morte fosse stata frutto di causalità. Invece la sua è la storia di scelte coraggiose

Alcuni avvenimenti segnano così a fondo la storia e la coscienza di un Paese da non aver bisogno di una ricorrenza per essere ricordati, perché qualsiasi momento è buono per raccontarli ancora e ancora. Il 23 maggio del 1992, alle ore 17.58, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata sotto una galleria dell’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, vicino Palermo, venne azionata tramite telecomando da Giovanni Brusca, uno dei più importanti membri di Cosa Nostra. In quel momento stavano passando tre Fiat Croma blindate. Quel giorno per mano di Cosa Nostra morirono cinque persone: il giudice Giovanni Falcone, gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e la moglie di Falcone, Francesca Morvillo. La morte non fa distinzioni, mette tutti sullo stesso piano. Eppure, nonostante tutto di alcuni si finisce col parlare meno di altri, col raccontarli meno. Di Francesca Morvillo si è sempre detto poco, come se la sua morte fosse stata frutto di una casualità. Invece si trattava di una scelta, coraggiosa e motivata, non solo dal sentimento che legava la Morvillo al Giudice Falcone, ma da un profondo senso di giustizia, da una causa ben precisa: la lotta alla mafia. Francesca Morvillo nasce nel 1945, a Palermo. Il padre, Guido Morvillo, è magistrato ed è stato fonte d’ispirazione per la figlia che decide di seguire le sue orme iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza a Palermo. Dopo aver conseguito la laurea con il massimo dei voti, diviene magistrato nel 1968. Una delle prime donne a ricoprire questo incarico pubblico. Inizialmente è giudice del Tribunale di Agrigento, ma l’incarico più importante per lei sarà quello di Sostituto Procuratore al Tribunale dei Minori di Palermo. Francesca Morvillo era una donna riservata, empatica, calma e sorridente. Chi ha lavorato con lei in quegli anni racconta di una forza che la spingeva a lottare per i bambini e i ragazzi in condizioni difficili, di una sensibilità che le permetteva di stabilire con loro rapporti profondi e personali. Maria Teresa Ambrosini, amica e collega della Morvillo, racconta: “un profondo rispetto per i diritti degli altri, per la dignità che vedeva in ogni essere umano, dal più umile al più autorevole”. Conosce Giovanni Falcone nel 1979, a casa di amici comuni e s’innamorano subito. Il ruolo scomodo ricoperto dal Giudice Falcone, che insieme a Paolo Borsellino e ad altri magistrati scelti formava il primo pool antimafia della storia italiana, mette in una condizione di rischio e tensione anche la vita di chi gli sta vicino. È in questo contesto che Giovanni e Francesca decidono di stare insieme e vivere la loro storia senza una libertà piena, perennemente accompagnati dalla scorta. Ma con il passare degli anni, nonostante l’aumento del pericolo e della tensione, Francesca Morvillo non teme nulla e rinnova di volta in volta la sua decisione di stare a fianco ad un uomo che metteva in gioco la sua vita per i propri ideali. La Morvillo non si limitava solo ad accompagnare il magistrato Falcone, ma gli forniva un aiuto concreto tanto che il suo parere giuridico era quello di cui Giovanni si fidava di più.

Quando Falcone e Borsellino vengono traferiti d’urgenza all’Asinara, Francesca non si lascia scoraggiare ed anzi l’anno seguente, quello in cui si sarebbe svolto il processo, sposa Falcone con un rito civile, quasi in segreto alla presenza di pochi amici e parenti. Le scelte vere implicano sempre il sacrificio di qualcosa, “sono stati numerosi i momenti di tormento e di ansia che le venivano dal condividere la vita con Giovanni Falcone. Ma non faceva mai trasparire le sue angosce” racconta l’amica Maria Teresa Ambrosini.

Nel giugno 1989, quando Falcone è impegnato nell’inchiesta denominata “pizza connection”, sul riciclaggio di denaro sporco, viene rinvenuto sulla spiaggia dell’Addalura, ove si trovava la sua villa estiva, un borsone sportivo all’interno del quale ci sono 58 cartucce non esplose per un presunto problema al detonatore. Il rischio si trasforma in una certezza incontrovertibile di un destino già scritto, a cui Giovanni non vuole sottoporre Francesca. Le propone il divorzio ma lei non accetta e sceglie nuovamente da che parte stare, è una questione non solo d’amore ma anche di principio: cedere alla paura significa darla vinta alla mafia.

Così anche quando Falcone viene trasferito a Roma, al Ministero di Grazia e Giustizia, Francesca fa di tutto per avere un incarico in magistratura così da poterlo seguire. Ed è proprio da Roma che partiranno il 23 maggio per tornare a Palermo, quel 23 maggio in cui i due perdono la vita, ancora una volta insieme.

A quasi vent’anni dall’attentato di Capaci, l’ex autista di Falcone ha deciso di rendere pubblico un biglietto trovato dentro ad un libro che Francesca aveva regalato a Giovanni Falcone:

“Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarao sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore.

Francesca”.

È proprio questo il caso di dire che al fianco di un grande uomo, c’è sempre una grande donna.  

Federica Cacciola

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