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Urlare (insieme) per cambiare le cose

Scritto da Google News. Postato in Diritti delle donne

È l’«eterno femminino» il denominatore comune delle «donne all’ultimo grido», ispirate dalla grinta di Amelia Earhart, la prima donna che ha sorvolato l’Atlantico pilotando un aereo. Una avvocato, una stilista, una casalinga, una veterinaria, una contessa, una professoressa di matematica, una organizzatrice di eventi e una pubblicitaria: otto donne che da Lucca hanno messo in Rete una «urloteca» per riunire le grida liberatorie delle donne che vogliono dire al mondo: «Ce l’ho fatta, ce la posso fare o forse ce la farò».

L’urlo è la reazione istintiva prima di farsi voce, è l’anima che diventa corpo quando la paura annoda il groppo che chiude la gola, è l’esplosione di rabbia o di felicità debordante che non può essere contenuta. Le donne gridano partorendo, gridano in piazza manifestando per i loro diritti, gridano le atlete salendo sul podio, gridano quelle che conquistano obiettivi abbattendo i loro limiti. Sono ancora troppe le donne vestite di nero che gemono come prefiche subendo il dolore derivato dalla guerra, troppe urlano per il danno, la violenza e le mutilazioni.

Il grido è richiesta di aiuto, come quello emesso dalle madri e dai bambini in bilico sui barconi in mare, dentro ogni verso c’è il nesso primordiale che accomuna gli uomini, senza distinzione di genere, di censo, di razza o religione. Non si può individuare il colore della pelle di una persona dal suo modo di urlare, la voce dice solo «ci sono, sono vivo!». Le «gride» di queste donne non sono riferimenti di manzoniana memoria, sono frammenti di vite vere attinte da un serbatoio di gioie, delusioni, progetti e idee per dare voce a quante hanno pensieri rimasti inascoltati.

I racconti delle loro storie sono un gesto femminile plurale, una richiesta di attenzione fuori ordinanza, una domanda radicale, un calcio alle convenzioni sociali, un richiamo che diventa creta per costruire un cerchio di sorellanza. Ognuna ha il proprio «towanda», l’urlo di rivalsa che induce all’azione le protagoniste del film «Pomodori verdi fritti alla fermata del treno», le quali trovano dentro un «grido di battaglia» il coraggio e le motivazioni per cambiare le cose. Esso si esprime con un terapeutico urlo finale, compiuto anche in gruppo, gridato dentro un sacchetto del pane perché neppure una briciola della loro grinta vada sprecata.

 

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