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A lezione di parità di genere dalla Svezia

Scritto da Google News. Postato in Diritti delle donne

«Mano nella mano si procede più veloci», recita un antico detto popolare svedese. Ed è probabilmente sulla base di questo assunto che, negli anni, la Svezia, partendo dal consolidamento delle pari opportunità, a più livelli, ha costituito una struttura sociale femminista in cui la maggior parte dei cittadini ha imparato a riconoscersi. Donne e uomini. Il tutto costruito su alcuni pilastri, che fanno del Paese scandinavo un precursore della parità di genere: indipendenza, uguaglianza e, soprattutto, sensibilizzazione. Elementi che hanno permesso alla Nazione di trasformarsi. E di rivoluzionarsi.

TUTTO È INIZIATO ALL'INIZIO DEL XX SECOLO

La prima associazione per il suffragio femminile è datata 1902. Sette anni dopo, nel 1909, la parola «uomo svedese» veniva rimossa dai moduli di candidatura degli uffici pubblici. Una decisione che permise alle cittadine di accedere a una serie di professioni che, fino a quel momento, erano state loro negate (tra queste l’insegnamento universitario e il lavoro sanitario negli ospedali statali). La prima donna presente in un’assemblea legislativa fu Emilia Broomé, nel 1914, ma fu necessario aspettare fino al 1961 prima che le parlamentari occupassero più del 10% dei seggi. Ma una primissima forma di uguaglianza sociale si concretizzò, davvero, nel 1923, quando ai cittadini di entrambi i sessi venne garantito un uguale accesso a tutte le professioni e le posizioni sociali, tranne che in ambito militare e sacerdotale. Queste restrizioni vennero rimosse, gradualmente, tra il 1958 e il 1989, anno in cui anche alla donne venne permesso di entrare a far parte dell’esercito. Pochi anni dopo, nel 1994, le elezioni legislative rappresentarono un punto di svolta: per la prima volta, le candidate riuscirono a ottenere più del 40% dei seggi ed esattamente la metà degli incarichigovernativi.

LE QUOTE ROSA NON SERVONO

Oggi, in Svezia, le donne costituiscono il 45% dei rappresentanti politici del Riksdag, il parlamento e, a partire dal 2014, anche il 43% dei rappresentanti delle legislature locali. Nel novembre del 2015 le ministre erano invece il 52% della squadra di governo. Eppure, anche se può sembrare un paradosso, in Svezia, non esistono quote rosa legali per le candidature femminili, perché la maggior parte dei partiti promuove, al proprio interno, la partecipazione femminile. Non sorprende quindi che nel 2014, l'Esecutivo del Paese sia stato il primo al mondo a lanciare un piano definito di «politica estera femminista» che si basa sul principio delle «tre R», che stanno per «rights» (diritti), «representation» (rappresentanza) e «resources» (risorse) basate su una quart R quella di «reality» (la realtà in cui le donne in cui sono calate). Un programma il cui obiettivo è fondamentalmente eliminare le disuguaglianze.

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